Dietro l’immagine edulcorata del veterinario che coccola cuccioli e salva gatti dall’albero, si nasconde una professione logorante, fatta di scelte estreme, aspettative irrealistiche e un tasso di suicidi molto superiore alla media. Numeri e storie che raccontano un disagio profondo, spesso taciuto persino dentro la categoria.
Un “lavoro dei sogni” che può diventare un incubo
Molti ragazzi scelgono veterinaria spinti da un’idea romantica: aiutare gli animali, vivere circondati da cani e gatti riconoscenti, un po’ come nelle serie TV. Nella realtà, chi entra in una clinica si scontra subito con tre elementi poco telegenici: soldi, morte, rabbia.
Una veterinaria con 40 anni di esperienza, oggi alla guida della Camera veterinaria di Amburgo, racconta come l’entusiasmo iniziale spesso si infranga sulle aspettative sbagliate, sia dei professionisti sia dei proprietari di animali.
Studi recenti indicano che i veterinari hanno un rischio di suicidio circa sei volte più alto rispetto alla popolazione generale.
Una grande indagine tedesca su veterinari ha fotografato la situazione:
- il 19,2% riferisce pensieri suicidari attuali (contro il 5,7% della popolazione generale);
- il 32% presenta un rischio di suicidio elevato (contro il 6,6%);
- quasi il 28% mostra sintomi depressivi clinicamente rilevanti (contro circa il 4%).
Numeri che, messi così, assomigliano ai dati di una categoria in silenziosa emergenza.
Quando la fattura spezza il rapporto di fiducia
C’è un punto che distingue profondamente la medicina veterinaria da quella umana: il rapporto diretto con il denaro. Nessuna assicurazione pubblica che filtri il momento del pagamento, nessun “ticket” simbolico. La diagnosi e la terapia passano da una domanda brutale: quanto può o vuole spendere il proprietario?
I veterinari lo raccontano con esempi concreti. Una donna elegante arriva in ambulatorio preoccupata per un “foruncolo” sul naso del cane, spaventata da Google che le ha messo in testa la parola “tumore”. Il cane viene visitato, fatica a farsi toccare, la veterinaria si prende un morso rischiato sul viso, valuta, spiega, consiglia una routine di pulizia. Il tutto in 15 minuti, per una fattura di 80 euro, Iva compresa. La reazione? Stupore indignato: “Per un brufolo così piccolo pensavo fosse gratis”.
Molti proprietari pretendono cure di altissimo livello, ma si aspettano che il veterinario lavori quasi “per amore degli animali”.
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Accuse di avidità, recensioni negative online, litigi sul preventivo diventano la colonna sonora di molte giornate in ambulatorio. E ogni discussione sul prezzo non riguarda mai solo il conto, ma tocca un nervo scoperto: la percezione del valore del lavoro e della competenza.
La nuova centralità emotiva degli animali
Negli ultimi decenni il ruolo dell’animale domestico è cambiato radicalmente. Il cane “da giardino” o la gatta che vive in cortile hanno lasciato il posto a compagni di vita che dormono sul letto, accompagnano padroni soli, anziani, coppie senza figli. Per molti diventano il principale riferimento affettivo quotidiano.
Quando l’animale si ammala, questa dipendenza emotiva esplode. Non è raro che i proprietari dicano al veterinario che vedere il cane stare male “fa più male che vedere un familiare in ospedale”. L’idea di dover decidere sul fine vita di un animale tanto amato genera sensi di colpa enormi, e quella colpa spesso cerca un bersaglio esterno.
Quando arriva il momento dell’eutanasia, la rabbia del lutto si indirizza spesso proprio sul veterinario.
C’è chi accusa la clinica di “averlo ucciso troppo presto”, chi rimprovera di aver trascinato le cure “troppo a lungo”, chi sostiene che siano stati proposti esami inutili solo per guadagnarci. Un meccanismo che gli psicologi definiscono parte del processo di elaborazione del lutto, ma che, dall’altra parte del tavolo, consuma chi deve subire quelle accuse dopo ore a combattere per la vita del paziente.
Eutanasia: routine professionale, terremoto emotivo
Per i veterinari la soppressione di un animale non è un evento eccezionale. Ci sono settimane senza nemmeno un’eutanasia e periodi in cui se ne susseguono cinque in pochi giorni. Ogni volta, però, c’è una storia personale.
C’è il cane dell’anziano rimasto vedovo, che nel giro di pochi mesi perde prima la moglie e poi l’unico compagno di vita rimasto. C’è il gatto cresciuto con i figli, ormai usciti di casa, che rappresenta l’ultimo filo con un’epoca felice. Per il veterinario, accompagnare questi addii significa reggere lacrime, rabbia, richieste impossibili: “Faccia ancora qualcosa, qualunque cosa”.
Le nuove tecnologie hanno introdotto anche elementi disturbanti. Non mancano casi di familiari che filmano l’eutanasia e la trasmettono in diretta ai parenti all’estero. Per un professionista esperto è una scena fastidiosa ma gestibile, per un giovane collega può trasformarsi in un incubo: paura di finire sui social in un momento delicatissimo, timore di essere giudicato da sconosciuti in tempo reale.
Non solo ambulatori: le altre facce del lavoro veterinario
La figura del veterinario non si limita alla clinica per piccoli animali. Esistono molte specializzazioni, con carichi psicologici differenti ma non minori.
| Ambito | Tipiche fonti di stress |
|---|---|
| Clinica piccoli animali | eutanasie frequenti, conflitti con proprietari, gestione dei costi |
| Grandi animali / rurale | reperibilità continua, emergenze notturne, isolamento geografico |
| Veterinari pubblici (ASL, controlli) | sequestri per maltrattamento, epidemie, pressioni legali e politiche |
| Macelli e controlli alimentari | contatto quotidiano con la morte, responsabilità sulla sicurezza alimentare |
Gli “amtstierärzte”, gli equivalenti dei nostri veterinari delle Asl, sono tra i più esposti: verificano allevamenti, dispongono sequestri di animali maltrattati, controllano strutture fatiscenti, e in caso di epidemie devono sopprimere anche animali sani per contenere una malattia. Una giovane collega, appena laureata, si è trovata a dover abbattere capi in un allevamento per un focolaio di malattia infettiva: un impatto devastante per chi arriva dal banco dell’università pieno di entusiasmo.
Un tabù di categoria: quando il veterinario “va contro un albero”
Lo stigma resta forte. Nelle comunità rurali, quando un veterinario si toglie la vita, spesso il fatto viene descritto con un eufemismo: “ha avuto un incidente, è andato a sbattere contro un albero”. Tutti sanno, nessuno dice. Questo silenzio spinge chi soffre a chiudersi ancora di più.
I veterinari conoscono molto bene i farmaci letali. Per questo, purtroppo, molti tentativi di suicidio vanno a segno.
La combinazione tra accesso facilitato a mezzi letali, stress cronico e isolamento emotivo crea un terreno ad altissimo rischio. Non solo per chi lavora in città, ma anche per chi, in campagna, gestisce da solo una struttura, con reperibilità continua e pochissimo supporto.
Le prime risposte: telefoni di crisi e squadre di intervento
In Germania la categoria ha iniziato a organizzarsi. È nato un numero di emergenza dedicato solo a veterinari e personale tecnico, una linea di ascolto gestita da colleghi formati per riconoscere segnali di pericolo e offrire un primo sostegno.
Da questa esperienza si sta sviluppando un progetto ancora più ambizioso: squadre di intervento tra pari. Veterinari che vanno fisicamente da altri veterinari in difficoltà, per parlare dal vivo, analizzare il problema, cercare insieme una via d’uscita. Non sempre la soluzione è psicologica: a volte serve un supporto fiscale, una riorganizzazione del personale, un aiuto nella gestione dell’impresa. Molti professionisti, infatti, si sono trovati a fare i “titolari di azienda” senza alcuna formazione in economia o management.
Cosa possono fare i futuri veterinari per proteggersi
Chi sogna di indossare il camice verde non deve farsi scoraggiare, ma entrare nella professione con meno illusioni e più strumenti. Alcuni consigli pratici che emergono dalle testimonianze dei veterani:
- costruire fin dall’università una rete di amicizie e interessi extra studio, per non far coincidere tutta la propria identità con il lavoro;
- cercare un mentore: un collega più anziano con cui confrontarsi sui casi difficili e sulle scelte di carriera;
- informarsi sulla gestione economica di uno studio: costi fissi, assicurazioni, margini, formazione del personale;
- prepararsi a comunicare brutte notizie, magari con corsi specifici di comunicazione medico-paziente;
- stabilire da subito limiti chiari sulla reperibilità e sui tempi di riposo.
Capire meglio alcune parole chiave di questo disagio
Nel dibattito sui veterinari ricorrono spesso termini che meritano di essere spiegati.
Eutanasia veterinaria: a differenza della medicina umana, la soppressione di un animale può essere scelta come atto di “morte pietosa”, per evitare sofferenze senza prospettive. La decisione deve basarsi su criteri medici e di benessere animale, ma incorpora sempre la componente emotiva e pratica del proprietario (capacità di assistenza, risorse economiche, condizioni di vita).
Burnout: non è semplice stanchezza. Nei veterinari spesso significa sentirsi svuotati di empatia, sviluppare cinismo verso proprietari e pazienti, arrivare a fine giornata con la sensazione di non aver fatto nulla di buono, anche dopo decine di visite. Un terreno fertile per ansia, depressione e pensieri autolesivi.
Scenari concreti: cosa accade in una giornata ad alto rischio
Immaginiamo una giovane veterinaria di turno in una clinica. La giornata comincia con un cane anziano in insufficienza renale, il cui proprietario non può permettersi la terapia intensiva. Si concorda un compromesso, tra senso di colpa e frustrazione. Poco dopo arriva un gatto investito, gravissimo, con il proprietario al telefono che chiede “di fare il possibile, ma senza esagerare con le spese”. Nel pomeriggio, tre vaccinazioni rapide che “devono costare poco perché è solo una puntura”. Alla sera, un’eutanasia per un tumore ormai ingestibile. La scena viene ripresa dal figlio per mostrarla alla madre collegata da un’altra città.
Alla fine del turno, su Google compare una recensione: “Clinica fredda, pensano solo ai soldi, non hanno fatto nulla per salvare il nostro cane”. In quel momento la domanda “perché lo faccio?” può diventare molto più di uno sfogo passeggero.
Per ridurre questo rischio serve un cambio di sguardo collettivo: vedere nel veterinario non un nemico quando qualcosa va storto, ma un professionista spesso emotivamente stremato, che condivide lo stesso dolore, pur dovendo restare lucido abbastanza da firmare una fattura e compilare una cartella clinica.








